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Distruzione, dispersione e appropriazione culturale

La distruzione e l'appropriazione del patrimonio artistico e culturale dei vinti da parte dei vincitori hanno caratterizzato l'intera storia dell'umanità. Come abbiamo visto, la conquista dell'Oriente ellenistico ha significato, per i romani, la scoperta dei capolavori artistici della Grecia, saccheggiati come bottino di guerra, trasportati a Roma e qui esposti per accrescere la magnificenza della capitale. Questo fenomeno è proseguito in età moderna, raggiungendo il culmine nei saccheggi di opere d'arte in tutta Europa da parte dell'esercito napoleonico tra Sette e Ottocento e di quello nazista nel Novecento. Le conseguenze di una guerra sul patrimonio storico-artistico non si limitano dunque alle sole distruzioni, ma si estendono anche ai gravi rischi di dispersione delle opere, sottratte al loro luogo d'origine, come ha evidenziato l'archeologo orientalista Paolo Matthiae nel libro Distruzioni, saccheggi e rinascite. L'attacco al patrimonio artistico dall'antichità all'Isis.

Una riflessione sull'umano destino: il tòpos del pianto sulle rovine

Le devastazioni smuovono le corde più profonde dell'animo umano. Nella storiografia antica ricorre l'immagine del condottiero che, contemplando la città in fiamme appena conquistata, si scioglie in lacrime davanti a tanta rovina. Il primo condottiero romano a piangere per il destino dei vinti sarebbe stato, secondo lo storico greco Plutarco, Marco Furio Camillo, che nel 396 a.C.contemplò la rovina dell'etrusca Veio. Simili sentimenti avrebbero provato, secondo lo storico romano Livio, anche Marco Claudio Marcello, durante il saccheggio di Siracusa del 212/211 a.C., e Publio Cornelio Scipione Emiliano, costretto per ordine del Senato a radere al suolo Cartagine nel 146 a.C.Il tòpos ("motivo letterario") del pianto del condottiero vittorioso sulle rovine offriva agli storici antichi lo spunto per riflettere sul destino delle civiltà umane e costituiva al contempo un monito per la grandezza di Roma, destinata anch'essa a declinare, come tutte le cose.

La memoria della distruzione e la difesa del patrimonio oggi

Anche nel XX secolo l'uomo è stato costretto a meditare sul proprio destino davanti alle rovine belliche, che hanno raggiunto una dimensione apocalittica con le spaventose devastazioni della Seconda guerra mondiale, come nel casodelle città di Dresda, Hiroshima e Nagasaki. Scossa da queste distruzioni senza precedenti, la comunità mondiale ha dato vita a istituzioni come l'UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienzae la cultura), nata proprio alla fine del conflitto per difendere il patrimonio culturale esistente e tramandarne la memoria collettiva, grazie anche a trattati internazionali come la Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, adottata a L'Aia nel 1954.

Il Partenone, il crollo sfiorato di un’icona del passato

Il Partenone è uno tra gli edifici più iconici e antichi al mondo, simbolo dell’architettura classica e della Grecia antica. Conflitti e guerre sono parte integrante della sua storia.

Fu costruito tra il 447 e il 432 a.C. come tempio dedicato alla dea Atena e simbolo della vittoria ellenica sui persiani, dal momento che nasce sulle rovine di un edificio precedentemente distrutto dall'invasione persiana nel 480 a.C.

Nel corso dei secoli, il Partenone non è stato solo un tempio, ma anche la tesoreria di Atene, e una chiesa cristiana (dal 590 d.C.). Poi 800 anni dopo, in seguito alla conquista ottomana, divenne una moschea.

Durante la grande guerra turca (1683-1699) gli ottomani utilizzarono il Partenone come deposito di polveri da sparo. Nel novembre del 1687 un colpo di mortaio sparato dai veneziani fece esplodere il deposito. Ci furono 300 vittime e l’edificio, con le sue sculture, i suoi fregi e le sue colonne subì un enorme danno, visibile ancora oggi.

Ma ci furono anche aspetti positivi nei secoli a venire. Durante il diciottesimo secolo, con l’incremento del turismo a livello europeo, le rovine del Partenone attirarono artisti e archeologi che con i loro lavori, tra cui i primi disegni in scala, risvegliarono l’amore verso la cultura greca e incentivarono le simpatie verso l’indipendenza della nazione.